La Peste di Camus

La peste (1947) è un romanzo appartenente al "Ciclo della Rivolta" di Camus, all'interno del quale l'autore si propone come obiettivo l'analisi del rapporto tra assurdo (elemento caratterizzante della sua filosofia e che scaturisce dal modo in cui l'uomo vive e si relaziona con i suoi simili), amore e vita umana. In modo particolare, all'interno de "La Peste", Camus narra dell'epidemia che scoppia all'interno della città di Orano, seguendo la storia di diversi personaggi quali: Rieux, medico consapevole della sua importanza, svolge incessantemente il compito affidato dalla malattia a tutti coloro che, come lui, hanno deciso di spendere la propria vita per il prossimo; Tarrou, un viaggiatore arrivato a Orano poche settimane prima della malattia e bloccato in città a causa della stessa, decide di creare delle squadre di soccorso per i malati, lavorando in prima linea accanto ai medici. Mediante i suoi taccuini, il narratore (che alla fine dell'opera si rivela essere Rieux) è in grado di ricostruire l'evoluzione della cittadina nel corso della malattia; anche Rambert, un giornalista non natio della città, rimane bloccato al suo interno. Dopo alcuni tentativi di fuga, deciderà, come Tarrou, di lottare contro la malattia. La peste, che inizialmente appare il punto centrale del romanzo, si rivela dunque essere unicamente l'espediente narrativo che permette un'accurata analisi dell'evoluzione dell'uomo in relazione al dolore.
Proprio in questo peculiare rapporto tra malattia e sofferenza (declinata in forma fisica o psicologica) è possibile scorgere l'interpretazione che l'autore ha previsto per la prima: essa, per le restrizioni che inevitabilmente esige, si pone come metafora del totalitarismo e della privazione della libertà umana che hanno caratterizzato la prima metà dello scorso secolo. Gli abitanti di Orano sono completamente assoggettati al folle e incomprensibile evolversi della malattia, eppure, vuoi per speranza o astrazione dalla realtà circostante, non riescono a rendersene conto, convinti di poter ancora agire da "uomini liberi".
Ad emergere in questo racconto di sottomissione sono coloro che, presa coscienza della propria schiavitù, riescono ad agire al di fuori degli schemi da questa imposti. Rieux, in cui si invera l'incessante tentativo di contrastare la malattia, non sembra rappresentare l'attiva lotta contro il male (talvolta impossibile), quanto un tentativo di resistenza a questo. Conscio di essere stato privato della funzione di guaritore, Rieux è limitato a fornire una diagnosi e adoperarsi affinché la fatalità di uno non preveda la morte di altri. Rambert, sentendosi prigioniero della città, tenta in ogni modo di fuggire per potersi ricongiungere con la donna amata. La visione del dolore, però, scalfisce il suo animo e lui, che fino a quel momento si era sentito un'ombra inconsistente per quella comunità, diventa parte integrante della stessa, finendo per combattere al fianco di molti altri. Il suo personaggio simboleggia l'amore nelle sue diverse sfaccettature, il cui egoismo rappresenta talvolta l'unica salvezza per l'uomo. Rambert si fa portavoce della passione come forma di ribellione all'interno di un sistema che prevede la repressione del singolo e, al contempo, dell'amore che nasce per il prossimo sofferente, a cui è impossibile voltare le spalle. Tarrou, che da sempre lotta contro la morte, che sia per mano di assassini o giudici, è spinto ad opporsi a questa ancora una volta, lottando instancabilmente contro la peste. In lui si invera la completa volontà di opporsi al male che metaforicamente è la peste, la determinazione di ribaltare le regole che mantengono in vita un regime che ha come caposaldo l'uccisione dell'uomo.
La popolazione della città interpreta il ruolo della massa, impotente davanti la malattia e i provvedimenti presi per contrastarla, sottomessa a volontà che non può comprendere e di cui, per questa ragione, non si cura. A ciò si aggiunge un'indifferenza verso la peste e il dolore altrui, che cresce in maniera proporzionale alla malattia. La peste infatti, piuttosto che unire la comunità di Orano, la frammenta: "spezzava i legami comunitari tradizionali e abbandonava gli individui alla solitudine", infiammando nei petti dei cittadini abbienti (e in condizioni igieniche migliori) l'idea di vivere nelle peggiori condizioni possibili, consolidando tra i più poveri (e meno fortunati per quanto concerne la malattia) l'idea di vivere situazioni nettamente migliori rispetto ad altri, isolando i singoli abitanti nella loro sofferenza che non concede confronto e conoscenza. L'indifferenza dei cittadini diventa facile alleata della malattia ma, nella lotta contro la prima, si può trovare la disfatta della seconda; così, come "quando l'astrazione comincia a uccidere, bisogna occuparsi dell'astrazione", allo stesso modo, quando il tormento dell'uomo non è causato soltanto dal dispotismo dei potenti, ma anche dalla sopportazione dell'oppressione da parte di coloro che gli sono pari, bisogna fare in modo che agli stessi diventi insopportabile l'idea di una libertà che non coinvolga tutti.
D'altra parte, secondo l'autore, è errato celebrare coloro che, in grado di non farsi cogliere dall'astrazione o, perlomeno, di contrastarla, si siano opposti con tutte le loro forze al morbo. Scegliere di contrapporsi al male non è "La Peste", sintomo di grandezza o eroismo, ma la semplice attuazione di qualcosa di necessario. I protagonisti osservano incessantemente gli esiti della malattia nei pazienti e in coloro che li amano, ne sono stremati, e, contemporaneamente (e forse proprio per lo sforzo sovrumano da essi affrontato), sono anch'essi in un certo senso indifferenti. Indifferenti alle lodi, ai pianti, al dolore e alle preghiere. Perché l'elogio, così come la pietà e la speranza, sono inutili quando l'uomo non può sottrarsi alla lotta per la quale viene apprezzato. Perché, quando il male impera, l'unica cosa apprezzabile nell'uomo è la sua capacità di riconoscerlo come tale; tentare in ogni modo di ostacolarlo non può che essere la naturale risposta.
Non deve dunque sorprendere se, nel romanzo, la peste si ritrae senza che venga trovata una cura, senza nuovi metodi di contrastarla se non quelli che erano stati applicati sin dal suo avvento. Secondo Camus, il modo in cui l'uomo decide di agire in una condizione di emergenza della quale non conosce la risposta, pur non essendo decisivo, è rilevante: non soltanto per la vittoria contro la stessa emergenza, ma anche per il mantenimento di una morale che viene tanto più affievolita, quanto più brucia il fuoco del morbo. Così la città, per miracolo o coazione di diversi fattori (quali un siero sperimentale, provvedimenti sanitari fino a quel momento inutili e condizioni metereologiche propizie perché i contagi si riducessero) riesce a sconfiggere l'epidemia che l'aveva afflitta per diversi mesi e che, come spesso capita quando a dover essere posti all'attenzione sono tristi avvenimenti, tenta di essere dimenticata negli attimi immediatamente successivi alla fine della quarantena. Così, debellata la malattia, le porte riaprono, i treni ripartono, gli innamorati si ricongiungono e i cittadini, che fino a quel momento erano rimasti chiusi dentro le loro case, dietro le loro serrande serrate, si riversano nelle strade, celeri nel cancellare dalla loro memoria il male che si era abbattuto su di loro.
La conclusione è dolceamara: Camus, tramite le parole di Rieux, riassume i punti chiave di una convinzione che ha esplicitato nel corso di tutto il romanzo: la necessità di ricordare coloro che sono stati vittima delle ingiustizie (e in esse l'autore non individua soltanto quelle della malattia, ma anche e soprattutto quelle causate dall'indifferente animo umano) e la possibilità, donata all'uomo dal male, di individuare quanto realmente c'è di apprezzabile in coloro che lo circondano. Tuttavia, come insegna la storia e Camus ricorda, "il bacillo della peste non muore né scompare mai": la vittoria contro il male, presto celebrata, non deve rappresentare la rinascita di una società che non vuole vedere in sé i chiari cambiamenti causati dal suo vissuto; una società che cessa di ricordare il proprio dolore perché esso non le sia fastidioso. È al contrario necessario che la stessa, pur rialzandosi e gioendo della fine della propria prigionia, mantenga ferme nella memoria l'immagine e le conseguenze del suo vissuto, salde non soltanto per coloro che hanno conosciuto sulla propria pelle il dolore di quella disgrazia, ma anche per coloro i quali, non hanno vissuto il tempo o abitato il luogo adatto a sentirlo.
In un momento storico in cui appare più chiaro che mai come il male sia in grado di rimanere in uno stato di latenza e agguato fino a quando non si presenti il momento opportuno al suo assalto, è bene ricordare come vincere gli uomini sia molto più facile che eradicare da una società idee che l'hanno governata per molto tempo e, in particolar modo, come tali idee siano in grado di evolversi, mutare, stare al passo con i tempi e adattarsi alla società per la quale, prima o poi, troveranno la via di ritorno.
-MARTINA APOLLO
