Il pubblico, la critica e Marx.

«Se vuoi godere dell'arte, devi essere una persona educata all'arte».
- Karl Marx
(Articolo scritto intorno a gennaio del 2026, prima della morte di Federico Frusciante a cui è dedicata una parte del testo)
Analizzando vari documenti e dati legati all'argomento di cui andrò a parlare in seguito ho notato che c'è un interessante legame, quasi ciclico, tra tre elementi: Il pubblico, il cinema e la critica. Il legame che c'è tra questi tre elementi diviene però estremamente singolare se analizzato e comparato insieme al paradigma della filosofia marxista.
Il paradigma marxista: la chiave di lettura.
Ho deciso, anche prendendo in considerazione che, ad inizio argomentazione, potrebbe sembrare fin troppo presto per dare la chiave di lettura dell'intero testo, di fare esattamente ciò. Il motivo per cui lo faccio è che durante la mia ricerca ho trovato moltissimi dati interessanti e approfondimenti rilevanti, che però potrebbero far perdere di vista il punto centrale dell'argomentazione stessa, perciò voglio già da ora scrivere e suntare il pensiero che è stato il cardine delle mie ricerche: il paradigma marxista.
Ciò che intendo per "paradigma" è il modo in cui Marx all'interno delle sue riflessioni filosofiche si approccia alla lettura della società. Difatti per Marx la società andava analizzata in due fasi: Struttura economica (forze e rapporti produttivi) che poi influenzerà e sarà causa della Sovrastruttura (ideologie, diritto, politica, religione, cultura, etc). Perciò la cultura è influenzata e anzi definita dalla struttura stessa. Ciò crea un rapporto di dipendenza tra il modello economico e la storia sociale e culturale di un paese. Ciò a Marx serviva a spiegare la sua visione sulla società borghese, presentata come eterna e immortale, ma che per lui era invero storica e superabile. La storia è quindi per marx una serie di lotte di classe, perciò l'unica vera storia è quella economica, definita dai sistemi che poi influenzeranno tutte le caratteristiche della società stessa.
La critica cinematografica: una storia in breve.
La critica cinematografica nasce come mediazione tra film e pubblico e si sviluppa parallelamente all'evoluzione del cinema, contribuendo a definirlo come arte autonoma.
Nasce fondamentalmente legata al giornalismo e si concentra su aspetti narrativi e spettacolari, evolve presto in riflessione estetica e teorica, soprattutto in Francia e Germania, con autori come Delluc, Epstein e Balázs.
Nel secondo dopoguerra la critica assume un ruolo culturale ed educativo: in URSS si intreccia alla pratica filmica (Ėjzenštejn, Vertov), mentre in Italia si sviluppa una critica di ispirazione marxista e neorealista, attenta alla dimensione sociale del cinema. Un momento decisivo è la nascita dei Cahiers du Cinéma (letteralmente quaderni di cinema, la più importante rivista cinematografica francese). Insieme alla sua nascita verrà introdotta "la politique des auteurs", riconoscendo il regista come autore, mentre Bazin elabora un'estetica realista alternativa al montaggio concettuale.
Tra gli anni Settanta e Ottanta la critica si apre a nuovi approcci teorici (semiotica, psicoanalisi, femminismo), istituzionalizzandosi nei "film studies" universitari.

La critica cinematografica: un'analisi, parte 1, l'importanza del critico.
La funzione della critica cinematografica è però ad oggi di gran lunga meno rilevante e fondamentale di quanto fosse fino a 40 anni fa. Con l'aumento dell'utilizzo di internet e, quindi, con la novella possibilità dello spettatore di informarsi su una data pellicola cinematografica, senza bisogno di intermediari "critici", ha detratto molta della rilevanza che il ruolo del critico aveva in un ambiente diverso da quello odierno. Ciò non significa, però, che il ruolo del critico non abbia avuto o abbia un valore di spicco all'interno della società culturale, infatti come possiamo evidenziare nel documento:
"Il primo dato che emerge con forza da queste indagini [...] è che quella del critico, prima e ancora più che una professione, è una funzione, una posizione all'interno del campo culturale e intellettuale."
È innegabile che il critico ricoprisse un ruolo di fondamentale importanza. "Indirizzare" uno spettatore verso un film o non farlo era un ruolo non da poco in una società che non aveva modo di vivere la pellicola se non che sul grande schermo nel giorno in cui essa era stata proiettata (o in rari casi in delle repliche). Anche solo questo dato dà una valenza di gran lunga maggiore al critico, ma vi sono altri motivi per cui esso è un ruolo così fondamentale nell'analisi filmica.

Come dichiara György Lukács (Filosofo, storico della letteratura e critico letterario ungherese. Che aveva studiato a fondo il pensiero giovanile marxista, divenendo di vitale importanza per lo sviluppo metodologico del materialismo dialettico e allo studio del concetto di alienazione dell'uomo marxista) all'interno dell'introduzione del libro "Marx, il cinema e la critica del film" di Guido Aristarco: "Se la produzione cinematografica è in mano a grandi potenze capitalistiche, [...] il cinema, per sua natura e certo più di ogni altra arte, è destinato esclusivamente ad esercitare effetti immediati di massa." e ancora "Se si deve arginare la manipolazione [...] della cultura e quindi del cinema, -manipolazione di cui György parla in una parte previa all'interno del suo discorso- compito della teoria e della critica almeno [...] è di assolvere il loro dovere di resistere." Il critico per György assume un valore ancor più fondamentale, egli deve "vedere attraverso l'illusione". Discutere del significato della pellicola non è quindi fine a sé stesso, ma rende ancor più importante l'arte in primo luogo.
La critica cinematografica: un'analisi, parte 2, i dati e la "nuova critica".
Ricercando dati esatti su quanto la ricezione critica di una determinata pellicola influenzi il pubblico mi sono imbattuto in grandi difficoltà. Il motivo è, in realtà, abbastanza ovvio. Trovare dei dati precisi e completi richiederebbe di fare un'analisi decisamente di maggiore importanza, prendendo in esame tutti i fattori che potrebbero aver influenzato il singolo spettatore nella decisione sul partecipare o no alla visione di una pellicola. Studi di questo tipo esistono in italia ma non ho trovato dati abbastanza soddisfacenti o abbastanza moderni per usarli all'interno di questo testo. Perciò ho deciso di usare uno studio spagnolo condotto da José Ignacio Azuela Flores, Víctor Fernández Blanco e María José Sanzo nel 2012. All'interno dello studio possiamo trovare questi dati: "Le recensioni cinematografiche non solo riducono del 10,5% la probabilità di abbandonare le sale cinematografiche, ma aumentano anche dell'1,4% la probabilità di andare al cinema almeno una volta alla settimana. [...] Solo il livello di istruzione e il consumo culturale hanno un impatto più forte rispetto alle recensioni (sulla presenza in sala). Infine, considerando simultaneamente gli effetti delle recensioni, dell'istruzione e di altri beni culturali, concludiamo che il capitale culturale è l'elemento chiave per comprendere il consumo culturale in generale e, in particolare, la frequenza di partecipazione al cinema. Da questo punto di vista, si può affermare che lo stesso film è diverso per ogni consumatore, poiché ciascuno possiede un diverso background culturale. Il capitale culturale consente ai consumatori di avere opinioni differenti sullo stesso film. In questo contesto, qualsiasi incremento del capitale culturale attraverso le recensioni non solo riduce il rischio, ma aumenta anche la capacità di godere dell'esperienza cinematografica. [...] È stato dimostrato che le opinioni dei critici, indipendentemente dal fatto che siano positive o negative, suscitano l'interesse del pubblico." Questo studio rivela un'importanza ancora esistente del critico cinematografico e rivela anche quanto il background culturale influenzi l'affluenza in sala.

Infine, in coda all'analisi dei dati, mi interessava approfondire il modo in cui la critica e il pubblico interagiscono odiernamente. È impossibile analizzare dei dati concreti su questo argomento, quindi, a differenza dei precedenti argomenti, le congetture in questo momento del testo saranno basate su esperienze personali ed empiriche. Negli ultimi anni è innegabilmente calata la quantità di individui che leggono riviste specializzate o si informano su argomenti come il cinema da recensioni contenute all'interno di giornali. Il discorso si è difatti spostato su internet e anche se, ovviamente, non si possiedano dei dati decisivi, possiamo notare un interesse maggiore negli ultimi anni per canali comunicativi che fanno del discorso cinematografico il proprio cardine. Come esempio cardine analizzerò il canale youtube "CRITICONI". Come possiamo trovare nella descrizione del canale stesso: "Il canale del progetto CRITICONI: un collettivo formato da Federico Frusciante, Francesco Alò, mr. Marra e Victorlaszlo88." questo collettivo è formato da appassionati (tranne per Alò, unico tra di loro che svolge una professione che potremmo definire propriamente come "critico cinematografico"), che però rappresentano per il pubblico giovane esattamente (o addirittura in maniera più apprezzabile) ciò che in passato rappresentavano figure come il critico cinematografico. Infatti anche solo guardando ai numeri visualizzabili sulla piattaforma troviamo un pubblico particolarmente sostanzioso, su argomenti che fino a qualche anno fa sembravano destinati a rimanere di una nicchia di appassionati in rapida diminuzione. Esempio cardine può essere il recentemente uscito "No Other Choice", pellicola del 2025 diretta da Park Chan-wook, regista coreano. Pur riconoscendo che il cinema coreano abbia una storia molto lunga e che le pellicole di questa scuola filmica siano qualitativamente molto alte, esse sono rimaste per decenni (almeno in paesi come l'Italia) o conosciute da pochi o completamente sconosciute. Il fatto che un teatro sold out e (a dì 10/01/2026) circa 35 mila persone abbiano visto una discussione di più di un'ora su un film del genere è sicuramente qualcosa di un certo valore. In italia il film si piazza al settimo posto del botteghino italiano (Settimana Dal 29/12/2025 Al 04/01/2026) e per quanto non sia un risultato stellare, è forse un segno che una qualche valenza effettiva si possa attribuire alla "nuova critica" cinematografica. Meno formale e istituzionale, ma non per questo meno apprezzata dal pubblico.
Conclusione: Rapporto tra paradigma marxista, cinema, pubblico e critica.
Come si sarà potuto notare in diverse parti antecedenti del testo, il legame tra marxismo, critica e cinema è in realtà molto più fitto e realmente tangibile rispetto a quello che si potrebbe pensare.
Oltre al già citato György Lukács (filosofo di matrice marxista) molti critici letterari e cinematografici sono in realtà molto influenzati dal paradigma marxista. Ad esempio Filippo Maria De Sanctis all'interno del suo studio della pedagogia del cinema utilizza dei metodi molto influenzati dal pensiero marxista. Oltre alla discussione post-film, ritenuta da De Sanctis uno dei modi migliori per stimolare l'analisi critica nel pubblico, la sua metodologia enfatizzava l'espressione di ipotesi verificate collettivamente e l'evitamento di interpretazioni autoritarie o meccanicistiche. Infatti come troviamo all'interno del documento:
"De Sanctis dedicò un intero volume, Il pubblico come autore. [...] Il titolo [...] esprimeva l'idea che ogni recettore, nel momento stesso della ricezione di un qualsiasi messaggio, lo rielabora e interpreta a partire dai propri quadri mentali. A questa spiegazione di natura semiologica, si aggiungeva una seconda spiegazione, di impronta marxista e costruttivista: il pubblico, in quanto classe sociale, doveva uscire dalla sua condizione di consumatore di film per diventare invece «autore», cioè elaboratore attivo di cultura a partire dal film, cosa che si riteneva possibile attraverso la partecipazione a un certo tipo di dibattito."

Ma De Sanctis non fu l'unico a portare teorie marxiste all'interno del dialogo sulla critica e sul cinema come arte. Troviamo infatti illuminante un estratto contenuto nel già citato "Marx, il cinema e la critica del film" di Guido Aristarco (fu fondatore della critica cinematografica materialista in Italia. Nel 1946 firma con Carlo Lizzani, Giuseppe De Santis la sceneggiatura de Il sole sorge ancora, diretto da Aldo Vergano. Il suo pensiero fu sì influenzato da Lukács e da Gramsci, ma egli fu anche un profondo conoscitore dell'opera di Jacobson e Benjamin):
"Se lo statuto generale dell'arte è quello della sovrastruttura, la fondazione marxiana di una teoria della critica non può che stabilirsi attraverso un puntuale raccordo di nuclei strutturali con quelli sovrastrutturali. Perché solo nell'articolazione di questi due piani, la critica può porsi come "mediazione" tra un prodotto e un destinatario e, al tempo stesso, rinvenire i dati della sua specificità scientifica che consentono appunto una successiva e più gelosa "mediazione": quella tra un testo (o scrittura) e la cultura. In questo senso, rovesciando una posizione tradizionale, può non solo dirsi che una metodologia è sempre immanente a una teoria, ma addirittura che l'una e l'altra finiscono con l'identificarsi. In una tale prospettiva dialettica, assunto metodologico e dettato teorico si articolano in un discorso in cui l'enunciato filosofico cerca costantemente la sua verifica pratica nell'esame di opere, autori, correnti, per rifluire poi in un ambito speculativo che eleva a sistema l'oggetto particolare dello studio: in questo caso, il cinema. La critica cinematografica assunta come sistema, dunque. L'unica occasione scientifica, d'altra parte, che si offre al critico affinché non alieni al fenomeno che studia i suoi caratteri appena lo inserisce nella totalità più vasta dell'ordine estetico. Perché la teoria della critica non esclude ma presuppone un ordine estetico, né a questo vuole o può sostituirsi. Perciò mi pare opportuno operare un altro rovesciamento: l'esegesi critica non conduce alla totalità ma parte da questa; e così, nel delineare le coordinate del sistema teorico, si moltiplicano i piani di indagine, si dispiegano in una successione di livelli dialettici, ciascuno dei quali mantiene caratteri di perfetta autonomia ma non di indipendenza, appunto perché la totalità se è un punto di partenza è anche un punto di arrivo. Ne deriva una concezione complessa, articolata, problematica; una concezione in cui il marxismo mostra tutta la sua capacità epistemologica e si fa insieme soggetto e oggetto di verifica".
Esattamente qui è spiegato il legame tra critica, cinema e paradigma marxista. La critica parte dalla totalità e ritorna ad essa. La critica è un'unione di analisi strutturali sulla sovrastruttura che è in questo caso il cinema, l'arte stessa. Infine il pubblico si trova esattamente al centro di questo processo dialettico: egli non è struttura, né sovrastruttura, ma è osservatore e parte di entrambe. L'arte non esisterebbe senza di esso, perché l'arte necessita di una lettura critica (fatta dallo spettatore, come vorrebbe De Sanctis, ma coadiuvata dal critico) per poter essere spogliata da manipolazioni ideologiche o tecniche (come spiega György). Ma anche il critico non esisterebbe senza il pubblico o l'arte, formando un perfetto ciclo dialettico.
-ANDREA CAMPO
